19 gennaio 2019

Maleducazione 2.0: l'anonimato


Premessa doverosa: i commenti di questo blog sono moderati. Per cui decido io se e quando pubblicare quello che mi direte.
Perché c'è una cosa che mi manda direttamente in bestia: le persone che non hanno il coraggio di metterci la faccia nelle cose che dicono. Io ce l'ho. Questo blog ne è una prova.
Io mi immagino che tutte le mamme giuste di questo mondo insegnino ai propri figli le norme basi della convivenza civile. Tra cui credo ci sia anche quello di presentarsi quando si inizia una conversazione telefonica, oppure di non entrare in casa d'altri se non espressamente invitati a farlo e comunque rispettare il padrone di casa.
Ieri sera questo è stato disatteso in più punti.
Ho chiesto diverse volte a qualcuno che ha commentato un post di mettere un nome, una firma. Richiesta respinta. Bene signori miei ora non potete più fare il bello e il cattivo tempo qui dentro. Decido io.
Mia casa. Mie opinioni. Mie regole. 

Se non vi sta bene, non scomodatevi nemmeno a perdere tempo a scrivere.
E soprattutto per me l'opinione di chi non ha il coraggio di metterci la faccia, di chi si nasconde nell'anonimato vale meno del palo della luce nella strada. Almeno questa ha una sua funzione. Almeno.
Per colpa di alcuni maleducati, chiamiamo le cose con il proprio nome, ho dovuto mettere la moderazione. Che per me, blogger da più di dieci anni, è la cosa più schifosa che possa esserci. Ma me l'avete fatto fare voi.
Ho scelto quell'immagine apposta. E' una perla di saggezza. Fatela vostra.

18 gennaio 2019

Fringe - 6 years -


Devo avere una sorta di vena masochista in me. Come se potessi dimenticare che oggi, 18 gennaio, ricorre il 6 anniversario della messa in onda dell'episodio conclusivo di Fringe sulla Fox. Una serie che ha avuto diversi problemi per quanto riguarda il rinnovo - e purtroppo si sono visti tutti nella gestione - ma che mi ha lasciato tantissimo in termini personali.
I miei collage. La saga "La memoria del tempo". Il mio inglese che è migliorato. Persone che ho conosciuto con quella serie. Twitter e le dirette alle tre di notte. Ci vorrebbe una vita per poter raccontare tutto quanto e non saprei da dove iniziare. E' stato speciale ed è un peccato che non si è avuti la fine che doveva essere. Spero sempre che JJ, adesso che ha in mano tutti quei soldi e quel potere, possa fare un colpo alla Cloverfield e darci un po' di giustizia. Per citare Peter Bishop: There's always hope, right?

15 gennaio 2019

Gimp - Un anno tra apprendimento e improperi vari.

©Krishel
Ripristinando i post di questo blog mi sono resa conto di una cosa a cui non avevo pensato.
E' passato un anno da quando, per la prima volta, mi sono imbattuta in Gimp. Per chi ancora non lo sapesse Gimp è un programma grafico gratuito che ti permette di fare alcune cose. Non è Photoshop ma, da quel poco che ho visto, è un programma di tutto rispetto. L'immagine che vi ho messo per prima, è l'ultima che ho creato nell'ordine di tempo. E mi ci sono picchiata parecchio perché sembrava non voler venire fuori. Complice la visione della bozza con un editor online mi ha fatto capire cosa c'era che non andava e ho rimediato nel programma grafico. A volte è necessario. Immagino che quei pochi che sono rimasti a leggere - sì, certo, illudiamoci - si chiederà come mai sono passata da Corel Paint Shop Pro X2 a Gimp. La motivazione è semplice: il pc da cui vi sto scrivendo ha Bodhi Linux come sistema operativo e lì gli altri programmi grafici non girano. Sso, ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Sarà un post pieno di immagini o quasi ma in qualche modo devo mostrarvi i miei progressi. Sono partita da cose come questa. 
© Krishel
Quello che non è stato immediato per me è capire che, al contrario di Corel, l'effetto trasparenza non è dato per scontato ma devi darglielo tu aggiungendo un canale alpha dove non c'è. Però non devi se hai copiato e incollato l'immagine sul tuo foglio di lavoro. Altra cosa che ho dovuto apprendere è il fatto di pensare prima all'effetto che volevo dare e poi eseguirlo mentre con l'altro programma non dovevo farlo. Si possono fare esperimenti in Gimp ma con modalità diverse da Corel. Sono passata a questo, grazie a un tutorial trovato su youtube: Effetto disegno di GioDesign666, che mi ha illuminato parecchio sull'effetto maschera e su come potevo utilizzare i pennelli.



Da qui c'è stata la svolta per me. Ho ritrovato quell'effetto maschera di Corel che io amavo tantissimo, che usavo come base integrante dei miei collage ma meglio in maniera più raffinata. Perché se con il primo programma dovevo cercarmi la maschera adatta per avere ciò che volevo, e non sempre si trovava, con Gimp devo cercare i pennelli e poi la regolazione dell'effetto è tutto interamente personalizzato. Ho capito quali sono i pennelli che mi piacciono. Ne ho diversi acquarellati, che simulano il tratto grafico di una matita, altri invece che hanno la griglia del computer o dei codice binario e potrei continuare all'infinito. E ci sono dei plugin molto interessanti, che ho installato, e che non vedo l'ora di poter sperimentare in qualche modo. Insomma sono partita da un "oddio non ci capisco un kaizer" a "ok, proviamo a vedere cosa succede se faccio in questo modo. E non mi dilungherò su effetti come modificare i canali dei colori, le curve, le saturazioni e tante altre piccole cose tecniche che capirebbe solo chi fa grafica. Dopo un anno che mi ci picchio non posso dire di essere un'esperta ma neanche una neofita. I tutorial ci sono su youtube e pian piano cercherò di provarli nelle mie immagini. Quindi se volete tentare una sortita nel mondo grafico ma non avete un pc che vi supporta photoshop, mi sento di consigliare Gimp. Non è un programma user friendly - come non lo è nemmeno il programma di adobe - ma con un po' di tentativi e aggiustamenti si possono fare cose molto carine. E io non vedo l'ora di imparare. Lo trovate qui: Gimp download.

26 ottobre 2018

Parole per definire emozioni.

 
Torno alla cosa che mi interessa di più, il mio personale pallino. Chi ha seguito la Krishel's house, quei pochi che sono rimasti, sanno che ho un pallino particolare per le parole e la loro importanza. L'uomo che vi presenta questo singolare dizionario si chiama John Koenig - ok si chiama come il capitano di Spazio 1999 ma non è lui, ovviamente - e ha fatto un dizionario ( The Dictionary of  obscure Sorrows, che è anche un sito potete visitarlo cliccandovi sopra con il mouse) in cui ha creato delle parole per definire tutta quella gamma di emozioni umane per cui non esiste una parola. Sto sentendo già il brusio mentale delle persone che stanno leggendo - o almeno spero che ci sia qualcuno - e che pensa: non è possibile. Non esistono sentimenti per cui non abbiamo parola. Invece sì, è così. Ci sono tutta una serie di emozioni, di modi di essere tipico di questa buffa unità carbonio chiamata uomo per cui non esiste una specifica parola per questo. Perché è così importante trovare - o inventare - parole che ci diano la possibilità di esprimere qualcosa che abbiamo dentro? Perché è possibile che qualcun altro abbia provato la stessa cosa e non sia riuscito a farlo, proprio perché gli mancava la parola giusta. Le parole non solo formano il nostro cervello e il nostro modo di vedere il mondo (la tesi su cui gira l'intero film Arrival di Denis Villeneuve, nel caso non vi fosse ancora chiaro. - considerando quello che mi è capitato di leggere su facebook permettetemi di dubitare e di dirvelo a chiare lettere) ma pone una base comune di comprensione per tutti. Ancora non siamo arrivati alla lettura del pensiero, e sono parecchio scettica ma aperta sul fatto che in un futuro sia possibile. Quale mezzo migliore abbiamo, adesso, di accesso al cervello di un altra persona della parola? Ecco è questo. Le parole sono importanti, per citare il buon Moretti. Definiscono la nostra realtà ma soprattutto squarciano quel velo di impenetrabilità del pensiero umano di ogni singolo individuo creando un campo comune in cui incontrarsi. E chiudo dicendo: se davvero pensate che il linguaggio umano, la parola sia qualcosa di statico allora forse non avete idea di cosa stiamo parlando. La parola è viva e pulsante e muta esattamente come ha fatto il genere umano fino ad ora. Ha bisogno di una sua struttura logica condivisa per poter essere compresa ma non è statica, anzi. E' un po' come l'acqua. Trova sempre il modo per arrivare esattamente dove deve essere quando c'è bisogno di lei. Consiglio: guardatevi il video che è davvero illuminante. Ha i sottotitoli in italiano quindi può comprenderlo chiunque. Buona visione.

22 ottobre 2018

Farewell blog Krishel House? Maybe. Maybe not

Sto meditando se chiudere qui la mia avventura con i blog. La mia riflessione nasce da un post di Arwen Lynch in cui esorta i suoi lettori a non abbandonare i blog e dice peste e corna di facebook. Come ben saprete sono anche io in questo social network, anche se non avrete il profilo ed effettivamente porta via un sacco di tempo che potrebbe essere speso per scrivere un post. In realtà non è poi così tanto negativo perché ti tiene davvero in contatto con la gente che vuoi tu e, soprattutto, puoi discutere in tempo reale delle cose che ti appassionano. Questo inevitabilmente però si ripercuote sul tempo che ho da dedicare a questo posto che si riduce davvero al lumicino. Quando ho tentato la prima volta di recuperarlo, avevo detto che avrei parlato di un sacco di cose diverse. But.  Ci sono molte cose che mi scaricano e mi stanno facendo balenare l'idea di chiudere questo posto dopo più di dieci anni che gravito nel mondo blog. La prima è che mi occupo di un sito a carattere culturale: Over There. Io sono una delle due persone che si gestiscono tutto. Mi occupo di correzione di bozze, di impaginazione e troppo spesso - incredibile ma vero nel 2018 ci sono persone che non sono capaci di caricare su un sito una foto, figuriamoci poi metterla nel posto giusto all'interno di un articolo - devo io fare cose che invece sarebbero di competenza degli articolisti ossia caricare le foto, mettere i banner pubblicitari e molto altro ancora. Lo faccio ma preferirei non farlo, preferirei avere delle persone che, oltre che scrivere, sappiano anche fare il resto, in modo che l'unica cosa di cui mi debba occupare è pubblicizzare l'articolo. La seconda motivazione è che non riesco più a trovare gli stimoli giusti. Pensavo che trovare un video di qualcosa che mi interessava e farci un post con le mie riflessioni potesse essere abbastanza soddisfacente ma non lo è. E, come corollario, c'è il fatto che devi elemosinare i commenti. A parte la mia socia Silvia e un paio di altre persone, mie amiche, commenti zero. Una situazione frustrante, soprattutto se uno ne viene da una realtà come quella di Splinder che, nonostante i suoi "technical fuck ups", aveva costruito una sorta di comunità per cui, prima o poi, ti capitava di beccare qualche blog che non conoscevi e lasciare un commento, anche se si trattava di un perfetto estraneo e viceversa. La terza motivazione, ed è quello che mi fa perdere totalmente la voglia di scrivere un pezzo nel blog è che la gente non legge. Si ferma al titolo e alla descrizione aggiuntiva al massimo. Quindi come posso pretendere che qualcuno mi commenti, se nemmeno fanno lo sforzo di leggere? E il blog è fatto apposta per gente che ha il desiderio di leggere qualcosa di più lungo di un link volante o di un'immagine meme. Esistete ancora? Comincio ad avere qualche dubbio. Ho poca voglia di scrivere, pochi argomenti e quei pochi che ho me li tengo per il sito. Ma non sapete quanta voglia avrei di tornare a quegli anni in cui dovevo pianificare la pubblicazione dei post perché ne scrivevo a continuazione.  Ma il viaggio nel tempo non è possibile, se non nella fantasia e onestamente parlando non so più cosa fare per recuperare questo angolo trascurato.

1 aprile 2018

Fringe - What if....



Visto che non si riesce a trovare il modo di far ripartire il mio blog (e non starò a scrivere i motivi per cui questo succede. Sono imputabili un po' a me e un po' a cause esterne) alla fine decido che lo userò come deposito delle varie cose che scrivo e che rischiano di perdersi per strada. Una di queste è il brano che state per leggere, sempre che siate in pari con tutte le stagioni di Fringe. Altrimenti lasciate perdere. NON LEGGETE SE NON SIETE IN PARI CON LA SERIE. Capito? Diversi anni fa un sito che parla di serie tv ha lanciato un contest. What if. Ossia come immaginate il finale diverso da quello che è andato in onda. E se c'è una cosa che, chi mi conosce, sa alla perfezione è che penso che il finale di Fringe andato in onda non era quello previsto. Non era nemmeno lontanamente quello che doveva essere dopo i vari rimaneggiamenti e le scene rigirate all'ultimo momento perché, grazie a un giornalista che ha visionato in anteprima, sappiamo che mancano 20 minuti di girato - è stato detto all'epoca su twitter, un post che è misteriosamente sparito. Chissà come mai. La maggior parte di noi aspetta e spera che JJ, forte del potere che ha ora grazie a Star Wars, prima o poi faccia una cosa alla Cloverfield, in gran segreto - così nessun beota gli romperà le scatole con i propri deliri - e metta una pezza al disastro andato in onda la notte (per l'Italia) del 18 gennaio 2013. Ma se siete in pari con le 5 serie di Fringe... questo è il finale che la mia socia Silvia e io abbiamo pensato di scrivere. Avevamo anche un limite di parole. E' uno scritto di qualche anno fa. Stiamo ancora adesso dietro a teorizzare su cosa pensiamo sia accaduto. Siamo anche quasi riuscite a determinare chi era il fantomatico scienziato di Oslo. E su una cosa siamo d'accordo: Se volevate farci credere che Micheal era il vero bambino importante non ci siete riusciti. Non ce la siamo bevuta neanche un po'. Here, if you want, il nostro what if. L'immagine di copertina l'ho fatta io, by the way.

26 agosto 2017

Una vecchia tradizione della casa.

Rivive una vecchia tradizione di questa casa. Ossia: prendere spunto da qualcosa letto in un altro blog per farci un post. Era qualcosa che amavo parecchio quando stavo su splinder e mi piacerebbe ricominciare a farlo qui dentro. Così mi sono approfittato delle domande che ho trovato nel blog Vibrazioni Nell'etere e, per la precisione, il post Notes of Another, e risponderò scrivendolo nella mia casa.
  1. Che ruolo ha la musica nella vostra vita?
  2. Che tipo di emozioni cercate nella musica che ascoltate?
  3. Quali sono le caratteristiche di una musica che vi fanno dire "mi piace" o "non mi piace"?
  4. E, infine, se doveste indicare i 5 vostri autori preferiti di sempre e i vostri 5 album preferiti sia di quest'anno che di tutti i tempi, chi indichereste?
  1. Mi ha salvato la vita. E non scherzo. E' stata la mia compagna fedele praticamente da quando ho cominciato ad ascoltarla quando avevo all'incirca dodici anni. Adesso ne ho 43 fatevi un po' di conti. Mi sono aggrappata a lei nei momenti più difficili della mia vita, in alcuni frangenti mi ha aiutato a dormire, in altri a non impazzire. Non riuscirei a scrivere se non avessi la colonna sonora adatta. Molte delle parole, o interi capitoli, della saga di fantascienza che ho scritto li devo alla musica. Per cui direi che è importante. Non sono una musicista però. Non fa per me temo.
  2. Ecco questa è difficile da rispondere. Nel senso che temo di non essere abbastanza chiara nello spiegare che tipo di emozioni cerco. Qualcosa che mi commuove nel profondo ma che non sia così immediato o sfacciato nel farlo. Ecco perché per esempio amo alla follia gente come Einaudi o Max Richter oppure ancora Johann Johannsson e non Allevi per esempio, o perché io sia diventata fan di Peter Gabriel e mi piacciono solo alcune canzoni del collega Phil Collins. Cerco qualcosa che mi tocchi nel profondo, qualcosa a cui a volte devo dare la caccia e a volte no. Una sintonia particolare. Non credo di essere stata abbastanza chiara.
  3. La musica che mi piace è evocativa e ha una sua ricercatezza. Le mie orecchie riconoscono quando c'è un lavoro certosino dietro, qualcosa con dell'anima. Non mi piacciono le cose facili. Non mi piacciono i tormentoni estivi, la musica fatta apposta per... "ehi dobbiamo essere allegri per forza" oppure "devi per forza muovere il sedere e dimenarti come un beota" e chi se ne frega se il testo ha un senso o che altro. L'intelligenza dietro al brano composto, la sua complessità, la poesia con cui si rievoca qualcosa o si ritrae qualcosa (No way out di Peter Gabriel, è un esempio di perfezione in questo senso), la capacità di sfidarmi dell'autore, di propormi soluzioni che al mio orecchio suonano inusuali. Queste sono le cose che mi fanno dire: mi piace.
  4. 5 autori preferiti di sempre o di oggi. Difficile ma ci provo. Farò una cosa a metà dai. Peter Gabriel sicuro. Poi Brendan Perry dei Dead Can Dance, Patrick Watson - i suoi dischi sono veramente incantevoli - Olafur Arnalds compositore davvero meraviglioso e metto un italiano giusto perché, anche se sono più per la musica straniera qualche autore di casa nostra lo adoro: Fabrizio De André. Dimenticavo i 5 titoli... aiuto!! Facciamo che metto uno di ogni artista diverso anche se di uno in particolare, Peter Gabriel, ho il mio quartetto perfetto (PG III - IV - Passion - UP) Peter Gabriel 3° album Dead Can Dance Into the labyrinth Tool Lateralus Radiohead Kid A Depeche Mode Violator.
Non è stato semplice fare delle scelte. In realtà per i dischi potrei nominarvi altri che adoro. Chi ha letto il mio blog nel passato si è reso conto che i miei gusti sono eclettici e spaziano dalla new classica al metal. E' perché sono convinta che si riesce a trovare sempre qualcosa di interessante in musica, basta solo cercare. Un disco come Non Zero Sumness dei Planet Funk in teoria non dovrebbe piacermi visto è molto vicino alla mia odiata dance eppure lo apprezzo. Amo i Massive Attack - tranne il disco 100th windows celebrato da molti inspiegabilmente, per me - e ho scoperto da poco i Carbon Based Lifeforms. Come ho scoperto sempre da poco gente come Keith Keniff o i 3epkano.

25 agosto 2017

Anonimo? No grazie.


Mettiamo con ordine le varie e poche cose di cui voglio parlare in questo articolo. Ancora non capisco perché continuo a insistere nel voler gestire questo posto quando, chiaramente, non interessa a nessuno leggere tranne, ovvio, ai miei cari amici. Devo anche decidere che indirizzo dare in effetti. Potrei renderlo lo sfogatoio sulle stronzate che leggo e vedo su facebook. Sì, avete letto bene, sono su facebook e... no! Non vi do il mio account. Non voglio ritrovarmi con tremila richieste di gente con cui non voglio avere a che fare, e sono stata buona. La prima cosa di cui voglio parlare è che sto ripartendo da zero, o quasi, dopo anni di grafica con Corel Paint Shop Pro. Sto ripartendo con Gimp. La questione è semplice: su linux Corel purtroppo non gira, non esiste nemmeno un emulatore che rende compatibile il prorgramma per questo sistema operativo quindi faccio prima a imparare a usare questo nuovo, per me ovviamente, programma grafico sperando di riuscire ad arrivare a livelli quanto meno accettabili Magari a fine articolo vi posto una cosuccia che ho fatto. Niente di eclatante ma... ok. Ritorniamo a bomba. Se siete come me a contatto con i social network avrete senz'altro sentito parlare, o visto degli screen di Sararah. Come quello che io ho rimaneggiato con Gimp. Questa app è nata per essere impiegata in ambito lavorativo - dando uno strumento di valutazione anonima sulle persone - e, ovviamente è diventato altro. E' quel anonimo la parola chiave. Vi tolgo subito la sedia da sotto il sedere, caso mai vi facciate delle illusioni: non mi sono iscritta e non ho nessunissima intenzione di farlo. Semplicemente per un motivo: troppo facile tirare cattiverie in modo anonimo verso la gente. E' l'equivalente del mantello dell'invisibilità di Harry Potter. Potete tranquillamente prendere a pugni metaforicamente il vostro Draco Malfoy, senza prendervi la responsabilità di quello che state scrivendo. Grazie al fatto che viene garantito l'essere anonimo di chi scrive. E tanti saluti al principio: "Se hai qualcosa da dirmi, dimmelo in faccia." Io sono una persona adulta e ormai ho imparato a farmi scivolare di dosso certe cose. Mi metto però nei panni di un ragazzino, debole, privo di autostima, che cerca delle conferme anche attraverso programmi come questo. E poi dall'altra parte c'è il bullo, che gode nel prendere di mira il povero debole di turno. Con una app come Sararah ci va semplicemente a nozze. In un momento in cui, forse, c'è qualcosa da rivedere nel concetto di preservare la privacy e l'anonimato di una persona. Perché è giusto preservare i miei dati sensibili ma è sbagliato dal punto di vista etico, proteggere i vili che feriscono e inducono anime fragili al suicidio con la scusa "sono anonimo, nessuno saprà mai chi sono quando mi scaglio contro il debole." Invece di incentivare i piccoli cyber bulli senza palle con programmi che permettono sempre di più di commentare senza metterci la faccia o il nome, cominciamo a rivedere le basi. Ossia: cominciamo con lo smettere di minimizzare il bullismo con frasi del tipo: "sono ragazzate." Cominciamo a metterci dalla parte della vittima finendola con le accuse del genere: non si sa difendere. In un mondo civile e degno di questa definizione non dovrebbe nemmeno esserci il concetto della difesa da qualcuno o qualcosa, perché non dovrebbe nemmeno essere concepibile venire attaccati come prima cosa. Cominciamo ad educare al diritto e al rispetto della fragilità. Siamo tutti fragili e chi pensa di non esserlo è ancora più fragile delle persone che lo ammettono apertamente. Ma, soprattutto, cominciamo a educare e crescere degli empatici. Perché ce ne sarebbe un gran bisogno. Forse sono esagerata ma penso che per alcuni elementi di cui mi è capitato, purtroppo, di leggere i loro commenti illuminati avrebbero bisogno del trattamento dell'episodio di Ai confini della realtà chiamato l'uomo invisibile. Vi metto il video qui sotto. Guardatelo. Sono sicura che capirete al volo.

17 aprile 2017

Musica, le mie riflessioni, secondo capitolo: i Radiohead.

Musica: riflessioni sparse seconda parte Radiohead A moon shaped pool

 

Conosco i Radiohead da meno anni dei Depeche Mode, chiaramente perché sono nati dopo come band e ci hanno messo più tempo ad arrivarmi alle orecchie. In realtà avevo già sentito qualcosa di loro con Creep, loro brano abusatissimo, ma la vera rivelazione è stata - come per il resto del mondo - con Ok Computer. Da lì per me è stato un viaggio a ritroso e posso dire che non sono proprio riuscita ad apprezzare in toto la loro opera. Per dire: di Pablo Honey, edito nel 1993, l'unica che ricordo è appunto Creep; di The bends, anno 1995, so che amavo moltissimo High & Dry (forse perché mi ricordavano un po' i Crowded House), l'evocativa Bullet Proof I Wish I Was e Street Spirit. Sono passati la bellezza di tre anni da Ok Computer, un successone che aveva decretato che i Radiohead fossero la nuova band del momento da seguire - e ci sono band che chiaramente sono nate dopo aver ascoltato quel disco e aver deciso che era esattamente quello che volevano fare, un nome esemplificativo su tutti: Coldplay. -, a Kid A. Di questo disco ho già parlato in un altro articolo sempre del mio blog: Release me. Quello che non ho detto in quell'articolo è che, semplicemente, il successo era diventato troppo pesante per Thom Yorke e soci, tanto che alla fine non riuscivano più ad amare quello che stavano suonando. Complici la passione per l'elettronica stile Aphex Twin, e simili, di Yorke e l'esigenza di una brusca cesura con il passato si riparte con la voglia di fare ricerca sulla propria cifra stilistica che farà di questa band un caso unico. Ho recensito anche l'altro weird twin di Kid A: Amnesiac. Ho raccontato anche di In rainbow dividendolo in due post: Here come the rainbow e Pearly Gates. E da qui non ho più scritto nulla. Non perché non mi appassionasse ma perché ho sempre temuto di non riuscire ad esprimere quello che avevo in mente. E arriviamo a King of Limbs. Annunciato come disco che doveva mutare la concezione stessa della musica e degli album e che, a mio avviso, ha lasciato un grande senso di incompiuto. Di quel disco io ricordo la sola Codex, che è un brano meraviglioso ma non basta per reggere tutto quanto. O un ep che dir si voglia. Perché alla fine è quello. Si ok lo so, sto tergiversando perché ho paura di dover recensire quest'ultimo disco. Partiamo dall'inizio ossia da come questo disco è stato annunciato.

Improvvisamente i Radiohead sembrano essere spariti da internet. Niente nel sito ufficiale, nel profilo facebook, su twitter, niente di niente proprio. Poi improvvisamente l'arrivo di Burn the witch con il video animato in stop-motion da Virpi Kittu che aveva già lavorato con loro per il brano There, there. Il messaggio del gruppo è abbastanza cupo, un riferimento alla crisi dei rifugiati in Europa. La richiesta esplicita degli autori è di dare un messaggio apparentemente contrario rispetto al testo. Sarà. Ho messo il video, giudicate voi. A me ha messo più di un brivido addosso dietro la schiena, soprattutto nelle sequenze finali. E poi non ho potuto fare a meno di associare l'uccellino iniziale a quello che si vede in Twin Peaks nella sigla. Un omaggio a Lynch? Chissà. Musicalmente il brano non è niente di nuovo sotto il sole Radiohead. Ritmiche sincopate, strumenti ad arco che suonano in maniera stridente, quasi rievoca da lontano le atmosfere di Ok Computer ma senza riuscire ad eguagliarne la bellezza. Il secondo brano che ci mostra come sarà il disco è Daydreaming. E' una ballata che ricorda molto Codex o ancora Videotape. E' ondivaga, cantilenante e il sentimento che la permea è quella di una mesta rassegnazione. Beyond the point of no return. E comincio a capire perché paragonano questo disco a Kid A. Perché il sentimento che circola in entrambi i dischi sembra essere identico. C'è un profondo smarrimento. In Kid A la crisi era stata causata dall'improvviso successo, inaspettato e a malapena gestito dalla band e da Yorke stesso. In A moon shaped pool la ragione è più personale ed è da tributare al divorzio tra Thom Yorke e la moglie, una unione durata ben 23 anni. Half of my life pronunciato al contrario alla fine di Daydreaming. Ma se in Kid A sembrava esservi uno spiraglio di luce, qui invece manca totalmente. Il disco sembra l'espressione di un'anima totalmente avviluppata su se stessa anche quando la musica sembra prendere ritmiche più forti e sincopate. Glass Eyes è forse il brano più emblematico dell'atmosfera di questo disco. Una canzone minimale, con la voce di Thom Yorke in evidenza. Pochissima elettronica, orchestra quel tanto che basta per rendere a questo acquarello sonoro il giusto pathos. I feel this love to the core cantato con una voce bassa, come se stesse parlando a se stesso e non all'ascoltatore. Non mi fraintendete. Non sto dicendo che tutto il disco sia centrato sulla perdita di una compagna di vita e sulle conseguenze. Sarebbe sminuire il disco e ignorare che vi sono anche espressi i dubbi e le preoccupazioni degli autori sull'ambiente e sul mondo in genere. Sto insinuando che quell'evento ha comunque permeato un'opera che porta in se il germe della malinconia, di quel dolce rimpianto di cose che potevano essere e non sono state. Avviene anche nei brani più ritmati di A moon shaped pool. E pian piano sta accadendo la magia. Più ascolti questo disco e più trovi cose che non avevi notato la volta precedente. Forse non saremo di fronte a un'opera originale, né a qualcosa di nuovo per la musica dei Radiohead. Ma qui, più che nel precedente disco che ho recensito, è evidente che il gruppo stia cercando qualcosa. Un nuovo equilibrio, una nuova direzione oppure un semplice assestamento nella propria identità musicale? Anche qui non riesco a dare una risposta. Ma su una cosa sono certa. Era proprio necessario riesumare True Love Waits che, come pezzo, ha almeno una ventina d'anni e che era già comparsa nel live I Must Be Wrong? Davvero non avevate niente di nuovo a disposizione da mettere al suo posto? Really? Voglio andare contro corrente e lasciarvi, a fine articolo proprio Glass Eyes con tanto di testo. Forse perché mi ha stregato con la sua dolcezza. (ok pare che non esista un video con questo brano se non in versione live - che trovo un vero peccato - per cui mi tocca mettere il player di wordpress. Spero che i miei lettori riescano comunque a godersi questo gioiellino in qualche modo e che la canzone non si interrompa bruscamente o altre cose strane.)

Hey it’s me
I just got off the train
A frightening place
The faces are concrete grey
And I’m wondering, should I turn around?
Buy another ticket
Panic is coming on strong
So cold, from the inside out
No great drama, message coming in
In the oh-so-smug
Glassy eyed light of day
Glassy eyed light of day
Where the path trails off
And heads down the mountain
Through the dry bush, I don’t know where it leads
I don’t really care
And the path trails off
And heads down a mountain
Through the dry bush, I don’t know where it leads
I don’t really care
I feel this love to the core
I feel this love to the core

16 aprile 2017

Musica, primo capitolo di riflessioni sparse su chi ho amato.

Musica: riflessioni e disillusioni prima parte Depeche Mode: Spirit.

Ci sono delle volte in cui mi chiedo se i miei gusti riguardanti la musica stiano invecchiando, oppure sono alcune delle band che ascoltavo prima e che oggi non riescono a essere più incisive come lo erano una volta. Volevo fare due esempi significativi ma non riesco ad essere concisa per includerli entrambi quindi ho deciso che dividerò in due parti. La prima dedicata ai Depeche Mode, la seconda ai Radiohead. Spero che vogliate seguirmi in questo. So già da ora che mi esporrò agli strali dei fan. In realtà sono semplicemente pensieri sparsi di una persona che ha amato tanto la musica di cui andrò a parlare.

Quando ho sentito che sarebbe uscito un nuovo disco dei Depeche Mode la mia reazione è stata di tiepida curiosità. Non mi fraintendetemi: pur sapendo che ormai era difficile che loro bissassero opere come Violator o Ultra, avevo comunque apprezzato i successivi Sounds of the universe e Delta Machine. Riuscivo a trovare ancora la loro magia fatta di solide canzoni composte da autori che non avevano più nulla da dimostrare a nessuno se non a se stessi. Pezzi come Wrong, Come Back (di cui amo sia la versione demo da studio che la resa finale su disco) e Peace avevano trovato il loro posto all'interno della mia personale classifica di pezzi preferiti, come anche Alone e The child inside (un pezzo di un'eleganza infinita che solo questo gruppo riusciva a fare). Quindi se leggete questo articolo sappiate che, pur seguendo la band da tanto tempo, non sono certo come quei fan che non riescono ad accettare le nuove opere. A me, alla fine, interessa solo la musica. Ed è proprio questo il problema di Spirit. La musica che mi aveva preso sin dall'inizio, sembra mancare totalmente. I suoni prima di tutto: non so cosa sia successo in sala di missaggio con questo disco. Sarebbe stato bello sentire la versione da studio, come è accaduto in precedenza, ma dubito che avrebbe fatto molta differenza. Ingenuo il tentativo da parte di Gahan e soci di vendersi come band preoccupata per quello che sta accadendo nel mondo con "Where's the revolution". Il risultato è appunto fin troppo naif, riportandoci indietro con la mente a People Are People - ma almeno in quest'ultima avevano dalla loro la scusante della giovane età degli autori. Per trovare un piccolo barlume di idea interessante si deve arrivare a You Move. Però se dovessi fare il paragone con Ghost - outtake di Sounds of the universe - o In your room che entrambe condividono la stessa tematica, in un certo senso, ne esce con le ossa rotte. Nella mia mente si è fatta strada l'idea di You Move come di un uomo che un tempo aveva un fascino incredibile ma a cui il tempo ha tolto tanto, troppo, e che compie le stesse mosse risultando patetico perché non si rende conto che la magia è finita. A rischiarare un disco povero di idee davvero intriganti, e vagare ad ogni canzone alla ricerca disperata di ritrovare il vecchio incanto del gruppo, arriva Poorman. Finalmente si intravede qualcosa di ciò che mi ha fatto innamorare. Bella, sentita, secca nella ritmica. Credibile nella tematica e nella forza con cui viene espressa. Forse avrei evitato i coretti ma non si può certo chiedere il miracolo in un disco che già offre molto poco all'ascoltatore. La voce è secca, decisa, particolarmente ispirata ed efficace. Qui la critica sociale sembra quasi credibile al contrario di quanto era accaduto con il singolo apripista. Hey, there's no news Poor man still got the blues He's walking around in worn out shoes With nothing to lose L'altra perla di un disco deludente, dal mio punto di vista, è Fail. Affidata alla intensa voce di Martin Gore e ci rivedo vaghi echi del passato di una band che aveva fatto delle atmosfere cupe il proprio marchio di fabbrica e i suoni graffianti, rumorosi, possenti, sono al servizio di un testo che vuole essere un grido di delusione e allarme. E' un vero peccato che si faccia così tanta fatica ad arrivare ad un gioiellino simile. L'unico brano che mi viene davvero voglia di riascoltare più volte di tutto il disco. Mi pongo nuovamente la domanda di inizio articolo: sono io che sto invecchiando oppure sono i Depeche Mode, in questo particolare caso, a non essere riusciti a confezionare un disco all'altezza degli standard a cui eravamo abituati? Non so dare risposta. Nel prossimo capitolo parlerò dei Radiohead. E lì il percorso sarà molto diverso e forse anche più lungo di questo. Intanto vi lascio con il video e il testo di Fail.


People, do we call this trying?
We're hopeless, forget the denying
Our souls are corrupt
Our minds are messed up
Our consciences, bankrupt
Oh, we're fucked
People, what are we thinking?
It's shameful, our standards are sinking
We're barely hanging on
Our spirit has gone
And once where it shone
I hear a lonesome song
People, how are we coping?
It's futile to even start hoping
That justice will prevail
That truth will tip the scales
Our dignity has sailed
Oh, we've failed