24 maggio 2006


Sono iper impegnata al lavoro e sono qui di passaggio. Oggi è una ricorrenza speciale per me: il 24 maggio 1986 è uscito nei negozi di dischi "So" di Peter Gabriel e, per convenzione, ho stabilito che è questo il giorno in cui sono diventata sua fan. Oggi sono passati vent'anni da quel giorno, vent'anni di di purissima passione. Mi sarebbe piaciuto festeggiare con un suo nuovo disco in mano ma non si può volere tutto dalla vita. Grazie mille Mastro Peter Gabriel. Grazie per quello che mi hai dato in questi vent'anni. Vi lascio con una dedica speciale che mi ha fatto Tisifone, grazie mille sorella, e che giro a tutte le donne che passeranno da casa mia.
"Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che é importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito e` la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un`altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca cio` che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`e` in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Pero`non trattenerti mai! "  

22 maggio 2006

Se vedete uno strano disegno nella barra iniziale di Google sappiate che stanno celebrando il compleanno di Sir Arthur Conan Doyle, scrittore e inventore del detective più famoso del mondo: Sherlock Holmes. Ma non è di questo che vi voglio parlare. Mi ero dimenticata di un fondamentale particolare nel concitato racconto della mia gita comasca: durante la cena, in sottofondo, c'è era una raccolta di vari artisti tra cui Otis Redding. Ascoltandolo beati, Davide e io abbiamo notato quant'influenza abbia avuto quest'artista sulla musica dell'allora giovane Peter Gabriel. Ho sempre pensato che ogni artista degno di questo nome, prima di raggiungere uno stile veramente personale, debba necesariamente passare attraverso l'ascolto, la scoperta di veri e propri maestri. E secondo voi la vostra padrona di casa vi lascia all'asciutto senza un minimo di biografia? Ma nemmeno per sogno: Nato il 9 settembre 1941 a Dowson, Georgia, Otis Redding è stato insieme a Ray Charles e James Brown il più grande soul singer mondiale. Morì, ironia della sorte, proprio al culmine della sua carriera musicale, in un incidente aereo a Madison, nel Wisconsin, il 10 dicembre 1967. Insieme a lui perirono anche i componenti del gruppo che l'accompagnava in tourneè; i "Bar keys". Otis Redding iniziò sin da bambino ad interessarsi di musica e, come molti afroamericani della sua generazione, il primo palcoscenico è stata la chiesa con i suoi canti gospel. Rivolse però ben presto la sua attenzione al R&B di Little Richard (originario di Macon, la cittadina dove i Redding si sono trasferiti all'inizio degli anni '40), e di James Brown che spesso, nella seconda metà degli anni '50, gravitava in quella zona. Saltuariamente Otis si esibiva con gli "Upsetters", ex band dello stesso Richard, vincendo anche alcuni concorsi per dilettanti. Per qualche anno tuttavia i suoi tentativi di uscire dall'anonimato, comprese le esibizioni con la band di Johnny Jenkins, non si allontanarono dallo stile esagitato di "Heebie Jeebies", il suo idolo. Per verificarlo basta ascoltare i suoi primi singoli, "She's alright" e "Shout Bamalama", incisi all'alba degli anni '60.
Dopo un periodo di maturazione in cui affina il suo stile, in modo da renderlo sempre più personale, Otis Redding viene davvero lanciato dalla casa discografica "Stax" nel 1963, con il brano "These arms of mine". Negli anni successivi Redding saprà sfruttare al meglio il successo raggiunto e la classe sviluppata, disseminando una gran quantità di perle musicali lungo il suo fortunato percorso artistico (basti citare il geniale arrangiamento di "Try a little tenderness", uno standard pop degli anni '30) che nel 1967 lo conduce al culmine della sua popolarità di pubblico e critica. E' l'anno in cui viene accolto trionfalmente in Europa: Parigi e Londra lo acclamano con la "Stax/Volt Revue", che comprende quasi tutti i più grandi artisti della casa di Memphis. Nel 1967 pochi mesi prima della sua scomparsa, partecipa al "Monterey pop festival" con "Sittin' on the dock of the bay", canzone simbolo che rimarrà nella storia, ripresa poi da moltissimi artisti e in innumerevoli spot pubblicitari, assieme ad altri suoi successi. L'esibizione di Monterey lo consacra definitivamente come un idolo rock, testimoniata nell'album a metà con Jimi Hendrix. A questo punto i progetti che gli rimbalzano nella testa si fanno sempre più numerosi. Progetta concerti, tournee, ma anche un'organizzazione di artisti neri (per la quale contatta tra gli altri Jimi Hendrix, James Brown e Solomon Burke) che si proponga di diffondere la musica blues, funky e rock di matrice afroamericana e di tenere in vita la memoria di artisti non più di moda (come per esempio non lo erano in quel periodo Fats Domino e Little Richard). Qualche problema alla gola, che richiede un lieve intervento, lo tiene lontano dalle scene per un po'; quindi Redding torna a preparare nuove incisioni e a esibirsi dal vivo. Ma una maledetta notte di dicembre, un maledetto volo stronca il suo futuro. Il maltempo farà precipitare il suo aereo personale nel lago Monoma, nel Wisconsin. La sua morte, come spesso accade, farà ulteriormente decollare le vendite dei suoi dischi, e numerosi inediti verranno messi sul mercato. Ma la sua stella è ormai irrimediabilmente spenta, anche se Otis Redding è tuttora considerato una delle voci più importanti e vere della soul music di ogni tempo.

21 maggio 2006


Finalmente ho visto LA mostra. Dire che sono moderatamente felice è dire poco. Ho anche visto dei suoi dipinti che non conoscevo. Ma, un'attimo, torniamo indietro e raccontiamo tutto con calma. Ieri mattina Davide mi viene a prendere a casa e ci mettiamo in viaggio per Como. Il viaggio trascorre sereno, e senza che io mi addormento in macchina come faccio di solito. Arriviamo verso l'albergo e già i primi problemi: strada piccola e infame. Come ci racconterà il gestore dell'albergo da poco avevano fatto dei lavori per rimodernare la rete del gas ed erano stati costretti a rompere la strada senza, ovviamente, ripristinarla. La mia povera schiena ha subito dei contraccolpi mica da ridere. Poco dopo arriviamo e il posto è a dir poco fantastico. Immerso nella natura più rigogliosa. Subito veniamo accolti, oltre dai gestori, da un simpatico boxer e un delizioso gatto bianco con delle striature nere. Decidiamo che per quella giornata possiamo prendere la funicolare e girarci tranquillamente la città. Devo fare i miei più sentiti complimenti all'aministrazione locale. Ho trovato una città bella, ripulita, piena di attività e molto accogliente. Cena deliziosa in albergo: la cosa migliore l'entrecote. Un pezzo di carne fatta alla brace come la Dea comanda. Roba che qui a Genova ce la sognamo di notte. E le mie orecchie percepiscono da lontano le paroline magiche: "festa celtica". Ma di questo vi parlerò solo se riuscirò ad esserci. Personalmente ho dormito  benissimo al contrario di Davide che non è abituato alle delizie di un letto con la rete a doghe. Ho avuto occasione anche di fare uno dei miei sogni assurdi, forse ve ne parlerò, forse no. Risveglio dolcissimo stamattina e colazione con vari succhi di frutta (io li adoro ne berrei a litri), e via per la mostra! Dal 25 marzo al 16 luglio 2006, infatti, nelle sale della settecentesca Villa Olmo si tiene la mostra <<RENE' MAGRITTE. L’impero delle luci>>, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Como in collaborazione con la Fondation Magritte di Bruxelles e i Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, con il contributo di Poste Italiane, Vodafone, Bayer, Fondazione Corriere della Sera. La rassegna, curata da Michel Draguet, direttore generale dei Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, e Maria Lluisa Borra's, raccoglie sessanta dipinti a olio e venti tra disegni e lettere illustrate realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967, quaranta dei quali provenienti dai Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, che conservano la collezione pubblica piu' importante al mondo di opere di Magritte, e che saranno visibili in Italia per l’ultima volta, prima della loro definitiva collocazione nel Museo Magritte di Bruxelles, nell’aprile 2007.  Secondo Charly Herscovici, Presidente della Fondation Rene' Magritte, la mostra di Villa Olmo rappresenta “un evento nella storia delle esposizioni surrealiste in Italia". L’esposizione, che presenta alcune delle opere piu' conosciute del maestro belga, come L’impero delle Luci, La buona fede o La fata ignorante, muove i propri passi dall’asserto magrittiano, secondo cui “La pittura e' soltanto un mezzo che mi permette di portare alla luce un pensiero grazie all’utilizzo di elementi presi al mondo visibile".

Magritte, infatti, riteneva, come Leonardo, che la pittura fosse una 'cosa mentale’, una proposta di riflessione o un’idea che deve prendere forma attraverso di essa, mantenendosi entro i limiti della riproduzione del mondo visibile. Cio' che rende diversa la sua pittura e' la rappresentazione circoscritta ad ambienti quotidiani, riprodotti con la massima fedelta', con lo scopo di provocare una riflessione che metta in discussione cio' che si da' per scontato. Inoltre pretende, in questo modo, di rendere visibile la poesia e di trasformare il mondo comune in un universo poetico. Nella sua iconografia, seppur molto varia ed ampia, e' facile riscontrare tali “cose visibili": i nuvolosi cieli del nord - che fecero coniare a Max Ernst il motto “Fa un tempo Magritte" - il mare e l’aperta campagna; gli alberi e il bosco, i notturni, i sobborghi; un certo stereotipo di borghesia dell’epoca,

15 maggio 2006

Mi sono completamente dimenticata di parlarvi di questo splendido gioiello sempre di Miyazaki: si chiama Nausicaa e la valle del tempo. Vi posterò una breve recensione, non mia ovviamente e soprattutto non rende merito alla poesia e alla magia di questo lungometraggio. Insomma l'unico consiglio che vi posso dare è, se riuscite a mettervi le mani sopra guardatelo: Il secondo lungometraggio di Hayao Miyazaki, datato 1984, è il primo a portare il marchio dello Studio Ghibli, ed è anche il primo in cui molte delle tematiche predilette dal regista vengono fuori in modo chiaro. Questo film, diciamolo subito, è un bellissimo, poetico inno all'ecologismo e al pacifismo, un duro atto d'accusa contro la tendenza umana a distruggere e ad autodistruggersi, e un apologo del rispetto della natura e della vita, in qualunque forma esse si presentino. Nel futuro immaginato da Miyazaki, l'ecosistema è mutato e ha sviluppato nuove forme di vita, sconosciute e mostruose, mentre le spore della giungla tossica mettono seriamente a repentaglio la sopravvivenza dei villaggi vicini. Eppure, la giungla tossica non è nient'altro che la reazione della natura all'azione nefasta dell'uomo, che con la guerra ha avvelenato il terreno: le nuove specie vegetali che ivi crescono, infatti, non fanno altro che bonificare la terra e l'acqua rilasciando le spore velenose nell'aria. La figlia del capo della Valle del Vento, la giovane Nausicaa, è impegnata in una strenua, quanto disperata lotta per la difesa della giungla, di cui ha scoperto la vera natura, e delle specie che vi vivono. E' un personaggio forte, quello della protagonista, che fin dall'inizio si segnala per il suo sforzo di capire e rispettare il diverso, che sia esso uno dei giganteschi Ohmu, gli esseri che sorvegliano la giungla, una spaventata donnola nascosta nel sacco del suo maestro, il vecchio Yupa, o l'aggressiva regina del regno di Tolmekia, che ha occupato militarmente la Valle del Vento; in nome di questa filosofia, la ragazza riuscirà persino a perdonare i responsabili della morte di suo padre, pur di non alimentare la spirale dell'odio reciproco e di evitare lo spargimento di altro sangue. Un personaggio, quindi, presentato come positivo (ma la cui formazione è in pieno corso e si completa durante il film), che però non si contrappone in modo manicheo ad antagonisti del tutto negativi: persino la già citata regina di Tolmekia, infatti, vive un conflitto, che oppone la sua posizione (che le impone di continuare la guerra contro i nemici di Pejite) alla sua volontà di trovare uno sbocco alla guerra e soprattutto di rendere di nuovo la terra un luogo sicuro e vivibile per tutti. Più in generale, quindi, non troviamo qui personaggi completamente positivi o completamente negativi: ombre e luci si distribuiscono egualmente in ognuno di essi, ed ognuno ha le sue ragioni per la scelta di campo che ha fatto. La fonte di qualsiasi conflitto, sembra dirci Miyazaki, è rappresentata dalla paura del diverso e dalla mancata volontà di capire ciò che ci è estraneo: il conflitto tra gli uomini, rappresentato nel film come causa di lutti e disgrazie, si affianca a quello, conseguente, che oppone l'uomo alla natura, più chiaro nella sua individuazione di aggressore ed aggrediti, vittime e carnefici, ma ugualmente distruttivo per entrambe le parti. Tutta la storia ruota dunque intorno al tentativo, doloroso ma necessario, di trovare una soluzione a entrambi i conflitti, che contempli il rispetto e la comprensione come condizioni primarie. Chiave di questo processo sarà proprio la giovane Nausicaa, che non esiterà a mettere a repentaglio la sua vita perché sia uomini e uomini, che uomini e specie della giungla, convivano fianco a fianco: uno sforzo che sarà premiato dall'abbraccio, fisico e metaforico, che entrambi, nel finale, le tributeranno. Visivamente, il film offre un riuscito e calibrato incrocio tra suggestioni post-apocalittiche (ben rappresentate dai villaggi abbandonati caduti preda delle spore), motivi futuristici (gli aereovolanti, retaggio di una tecnologia in gran parte dimenticata) e una visione di stampo fantasy-medioevaleggiante, che è evidente nel look della Valle del Vento e del regno di Pejite. Anche il cyberpunk (motivo in realtà presente per tutto il film: sono stati infatti gli androidi, agli ordini degli uomini, a devastare il pianeta tanti anni prima) viene fuori prepotentemente nelle sequenze del "risveglio" del micidiale robot che i governanti di Tolmekia vogliono usare per distruggere la giungla, e dal suo successivo, impressionante disfacimento. L'aspetto tecnico è, come in tutte le opere del regista, curatissimo. A un character design immediatamente riconoscibile, e che ormai ha fatto scuola, si aggiunge un'altissima qualità dell'animazione, il top per l'epoca, e sequenze d'azione realizzate in modo magistrale: si segnala già, in questo film, il gusto dell'autore per le spettacolari sequenze di volo che torneranno in film del tutto incentrati sull'aria, e sulla sfida dell'uomo alla gravità, come Laputa: Castle in the sky. I fondali sono anch'essi disegnati splendidamente, e da soli sono in grado di restituire buona parte dell'atmosfera, sognante o cupa a seconda dei casi, che Miyazaki ha voluto dare alla vicenda. Da segnalare anche le musiche, evocative e di altissimo livello, composte da quel Joe Hisaishi che diventerà d'ora in poi presenza fissa nelle opere del regista.

11 maggio 2006

Ieri sera, parlando con uno dei miei tanti amici sul messenger msn ho citato Escher, un'altro dei miei artisti preferiti. Ovviamente la persona non lo conoscevo e gli ho mandato un'immagine anche se diversa da questa. Sicuramente oltre agli appassionati di un certo tipo d'arte, anche i patiti di fantascienza riconosceranno questo dipinto. E per non lasciarvi con la curiosità vi metto una sua biografia. Fonti: Wikipedia (dovrebbero fare un monumento al suo inventore) e le guide di Supereva: Maurits Cornelis Escher (17 giugno 1898 - 27 marzo 1972) fu un artista e pittore olandese, conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno, litografie e mezzetinte, che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell'infinito e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme completamente differenti. Maurits Cornelis, o Mauk come venne soprannominato, nacque a Leeuwarden, nei Paesi Bassi. Era il figlio minore di un ingegnere idraulico, George Arnold Escher, e della sua seconda moglie, Sarah Gleichman. Nel 1903, la famiglia si spostò ad Arnhem, dove egli prese lezioni di carpenteria e piano fino all'età di tredici anni. Dal 1912 al 1918, frequentò la scuola secondaria; anche se eccelleva in disegno, i suoi voti erano generalmente bassi, e dovette ripetere la seconda classe. Più tardi, dal 1919, Escher frequentò la Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem; studiò architettura per un breve periodo, ma quindi passò alle arti decorative, studiando sotto Samuel Jesserun de Mesquita, un artista con cui sarebbe rimasto in contatto, fino a quando de Mesquita, sua moglie e suo figlio vennero assassinati dai nazisti agli inizi del 1944. Nel 1922, Escher, avendo ottenuto una certa esperienza nel disegno e in particolare nell'incidere il legno, lasciò la scuola.Escher viaggiò regolarmente in Italia negli anni seguenti, e fu qui che incontrò per la prima volta Jetta Umiker, la donna che sarebbe diventata sua moglie nel 1924. La giovane coppia si stabilì a Roma dopo il matrimonio e vi restò fino al 1935. Quando il clima politico sotto Mussolini divenne insopportabile, la famiglia si trasferì a Château-d'Œx, in Svizzera, dove rimase per due anni. Escher, comunque, che traeva ispirazione e adorava i paesaggi dell'Italia, era decisamente infelice in Svizzera, così si mosse nuovamente, questa volta a Uccle, una piccola cittadina vicino a Bruxelles, in Belgio. La seconda guerra mondiale li costrinse a spostarsi un'ultima volta, nel gennaio 1941, a Baarn, in Olanda, dove Escher visse fino al 1970. La maggior parte dei dipinti più famosi di Escher risalgono a questo periodo di tempo; il freddo, nuvoloso, umido clima olandese gli permise di concentrarsi interamente sul suo lavoro, e solo nel 1962, quando dovette subire un intervento chirurgico, ci fu un periodo in cui non creò nuove immagini. Escher si spostò nel 1970 nella Casa Rosa-Spier di Laren nell'Olanda settentrionale, una casa di riposo per artisti dove poteva avere uno studio tutto per se, e li vi morì il 27 marzo 1972. L'artista olandese è, ad una prima e, come si vedrà, superficiale analisi, un geniale creatore di illusioni, di mondi ed oggetti irreali che ad una sommaria occhiata possono ingannare ed apparire reali, rivelando ben presto nascoste sorprese. Il segreto di quella che può sembrare una fantasia immaginativa fuori del comune, legata, naturalmente, ad una eccezionale capacità grafica, è in verità molto poco fantasioso, sono la matematica, la geometria, la cristallografia,passioni tanto forti in Escher quanto quella artistica. La sua attivita di grafico lo porta ad agire sul piano bidimensionale, ma è da subito evidente che il suo interesse per le caratteristiche della realtà tridimensionale è talmente forte che lo impegna a ricercare mezzi espressivi adatti a sottomettere la forma spaziale alle leggi limitative dell'immagine piana. Da questo conflitto e da questa aspirazione nascono le straordinarie opere grafiche di Escher. In verità il discorso non è così chiaro e lineare come potrebbe sembrare, perchè, in Escher, non solo siamo davanti alla straordinaria suggestione di un'immagine spaziale tridimensionale su una superficie piana, ma anche ad un ulteriore fatto insolito: in ogni rappresentazione, l'immagine costruita, guardando bene ed abbandonando precostituiti schemi mentali, è quella di una figura che non potrebbe mai avere un'esistenza spaziale concreta, secondo la logica corrente. Molte delle opere di Escher, soprattutto quelle ad impronta apparentemente decorativistica, hanno in realtà alla base il concetto matematico dell'infinito, come "Limite del cerchio III", ad esempio, dove sono rappresentati dei pesci stilizzati, tutti della stessa forma, ma che rimpiccioliscono mano a mano che si avvicinano al bordo esterno del cerchio, incastrandosi perfettamente l'uno nell'altro e costituendo essi stessi il limite del proprio "mondo". Ossessionato dal concetto di divisione regolare del piano, Escher studia ed inventa simmetrie di vario tipo, cercando di utilizzare la divisione del piano come mezzo per catturare e fermare il concetto di infinito, realizzando opere in cui la tassellatura può continuare indefinitamente, avendo come sfida finale il contenere l'infinito entro i confini di una sola pagina.  Alla base del suo lavoro c' è il concetto della geometria iperbolica, lo spazio iperbolico incentrato sul modello del matematico francese Henry Poincarè, le geometrie non euclidee del matematico russo Nicolas Lobacewski e dell'ungherese Bolyai, le tassellature del piano di Roger Penrose, sintetizzate ed elaborate secondo una interpretazione personale che anticipa di qualche decennio la formulazione matematica del concetto di frattale ad opera di Benoit Mandelbrot.  Uno dei temi che più affascinò Escher fu la rappresentazione di mondi simultanei, di un mondo infinito in uno spazio finito, tema che egli traspose visivamente in numerose sue opere nelle quali sono contemporaneamente presenti due mondi, quello percepito dall'artista e quello a cui le sue percezioni non possono arrivare, pur trovandosi nello stesso posto e nello stesso momento, a ciò corrispondendo studi grafici e rigorose modellizzazioni matematiche, frutto di ricerche condotte per lunghi anni. Realizzò forse nel modo più coerente questo concetto in una sua opera, "Esposizione di stampe", in cui è raffigurata una persona all'interno di una galleria d'arte, che sta osservando una stampa raffigurante una città marittima che, lungo i portici, ospita un negozio: il negozio è una galleria d'arte al cui interno si trova una persona che sta osservando una stampa raffigurante una città marittima.........la persona è sia nell'immagine che al di fuori di essa, allo stesso tempo soggetto ed oggetto, osservatore e osservato. Il gusto della logica del paradosso permea tutta l'opera di Escher, come in questa "Realtività", del 1953, nella quale ci vengono proposti tre diversi livelli di applicazione dello stesso paradosso: tre mondi paralleli e separati coesistono all'interno di un edificio in cui sulle pareti, sul soffitto e sul pavimento si aprono finestre e porte da cui partono scale. Sedici figure umane si muovono nell'ambiente, suddivise in tre gruppi. Ciò che per un gruppo è il soffitto, per un altro gruppo è la parete, e ciò che per un gruppo è una finestra per un altro gruppo è un'apertura nel pavimento. Diverse realtà impossibili condividono un'impossibile convivenza.

3 maggio 2006


C'è un motivo per cui vi faccio vedere questi due dischi. Ecco svelato l'arcano: Alex Gray è anche il designer delle copertine dei Tool in "Lateralus" e "10.000 days", il nuovo disco. Dicevo che c'è un motivo: con entrambi i dischi è avvenuta la stessa dinamica nella mia vita di fruitrice musicale. All'inizio entrambi non mi piacevano, non riuscivo a capirli, mi sentivo delusa da gruppi che seguivo da anni. Poi pian piano si sono insinuati nella mia mente e nella mia anima due pezzi che reputo epocali: KidA, in uno. e Right in Two nell'altro. E pian piano sono arrivati tutti gli altri come in una catena. Un'altra cosa in comune: sono entrambi figli di un disagio profondissimo e disturbante. Non voglio però parlare di KidA, magari più avanti farò un'articolo apposito, ma di quello dei Tool. Intanto a grandi linee vi faccio sapere chi sono: I Tool sono un progetto nato nel 1991 a Los Angeles che con il passare degli anni è riuscita più di ogni altra band incastonata nel vasto panorama heavy/alternative metal a lasciarsi ascoltare da persone anche non particolarmente avvezze a sonorità più dure. Tutto questo grazie alle liriche visionarie del frontman Maynard James Keenan e alle musiche complesse e non facilmente assimilabili dall'ascoltatore al primo colpo. Il quartetto, formato oltre che da Keenan, dal chitarrista Adam Jones, dal bassista Paul D'Amour (prima) e in seguito dal britannico Justin Chancellor e dal batterista Danny Carey, vero motore propulsivo delle lunghe tracce della band. Il debutto discografico arriva nel 1992 con l'EP Opiate, 6 tracce che ancora non lasciano intuire le sonorità che poi renderanno celebri i quattro; l'unico spunto si ritrova nella conclusiva title track. Spunto che verrà ripreso ed ampliato nell'album di debutto (Undertow) l'anno successivo. Undertow uscito in piena esplosione "grunge", si presenta come un "soggetto anomalo" nel panorama complessivo del sound a stelle e strisce di quegli anni; i suoni non ricordano affatto la furia punk/grunge dei Nirvana, ma neppure il più classico Thrash metal di stampo Metallica. E' qualcosa di nuovo che trae ispirazione da storie d'amore perverso o dalle tante, troppe, discrepanze che intaccano la società americana, dalla religione ai rapporti sociali.Il passo successivo è Aenima (1996): il tutto si dilata ancor di più, vengono inserite nel tessuto sonoro, già molto fitto, percussioni, campionamenti e effetti alieni a qualunque band che si possa definire heavy metal; basti pensare all'intro di Eulogy, tutta giocata su percussioni che ricordano i cucchiai di Spoonman dei Soundgarden e sui suoni emessi dalla voce filtrata di Maynard James Keenan, o a Message To Harry Manback (un messaggio in italiano lasciato sulla segreteria telefonica di un amico del cantante e accompagnato sul disco da un malinconico pianoforte). Hooker With a Penis ci rimanda alle sonorità dure e pure di Opiate, Pushit e Aenima sono quanto di più bello, sognante, trascinante c'hanno regalato i Tool: un continuo mutare d'atmosfere, di suoni, con la voce di Maynard James Keenan a far da Caronte in un viaggio verso il lato più oscuro dell'uomo. Dopo aver finito la promozione per il disco Maynard si imbarca in un altro progetto sonoro, accompagnato dal chitarrista Billy Howerdel: A Perfect Circle. Rimangono le chitarre pesanti, ma si lascia più spazio alla melodia ed il minutaggio delle canzoni e dei dischi diminuisce sensibilmente. Dopo la raccolta di rarità Salival (da ricordare la cover zeppeliniana di No Quarter e versioni dal vivo che superano la bellezza degli originali in studio di Pushit e Third Eye). Ed eccoci al terzo tassello: Lateralus. Un disco atteso più che mai dai fan e dalla critica mondiale e che non delude affatto, anzi. C'è un cambiamento sensibile nelle tematiche dei Tool (escludendo Ticks & Leeches, forse tra i pezzi più duri della band), i temi cari in passato dalla band lasciano spazio a una certa vena spirituale, rappresentata anche dal booklet del disco, un corpo umano su sfondo trasparente che pagina dopo pagina si spoglia sempre più delle proprio carni. (tratto da wikipedia quindi se ci sono delle inesattezze prendetevela con loro NdK) In 10000 days si ritorna a parlare delle questioni personali del cantante e, in particolare, del calvario vissuto per la malattia della madre fino alla morte. All'inizio sentendo Vicarious, il singolo, e leggendo il testo avevo pensato a The Barry William show, conoscendo anche la stima che Keenan nutre per Gabriel, ma poi ho capito che non centrava assolutamente nulla: non è una critica alla televisione fine a se stessa ma è sempre lui, sempre Maynard che si trova a vedere la tv dopo il diluvio, il calvario, il dolore, la perdita, e sembra che l'orrore del mondo sia un riflesso dell'orrore e del dolore che si agitano dentro di lui. Per me lampante la frase "Voglio vedere le cose morire ... da lontano". Toccanti, dolorosamente commuoventi la suite Wings for Marie e 10,000 days (Wings II): se siete ipersensibili come me vi consiglio di non ascoltarlo, mi sono messa a piangere come un'infante. Right in two è superba: disillusione pura verso l'umanità. Ti aspetti che debba esplodere e che i musicisti si mettano a picchiare duro da un momento all'altro e invece no, la rabbia è contenuta da un lungo inserto tribale per poi arrivare in fine alla durezza. Magnifica. Secondo l'autore non abbiamo speranza, continueremo a rimanere scimme che si uccidono l'uno con l'altro. Ci sono anche rimandi all'espansione di coscienza attraverso l'Lsd nel trittico Lipang Conjuring/Lost keys/Rosetta Stoned (ringrazio quelli del forum 3rd eye per avermi aperto gli occhi). Raffinato gioco di parole di Rosetta Stoned: un richiamo alla stele di Rosetta ma "stoned" in inglese vuol dire anche essere preda di sostanze stupefacenti. E il richiamo velato a Timothy Leary e al nuovo linguaggio, per cui ci vuole una stele di Rosetta, attraverso l'espansione della coscienza. Questo disco per me è quadridimensionale sia per quanto riguarda la simbologia, la complessità degli argomenti trattati, sia per la musica: non appena ti accorgi di un piccolo tassello del puzzle qualcos'altro richiede la tua attenzione e ti sfugge dalle mani, nella musica, a volte evocativa quasi sciamanica, a volte dura e tagliente, sia nei testi. Sembra quasi che non si riuscirà mai a percepirlo nella sua interezza. Il disco si chiude con "Viginti tres": opera malevola e terrorizzante, per niente confortante. Quasi una sorta di orrida creatura lovecraftiana che improvvisamente ti ghermisce nel buio profondo. E tutti quanti noi del forum ci stiamo spaccando la testa su cosa possa significare mettendo in gioco I-ching, numerologia e la data della fine del mondo per i Maya: 23 dicembre 2012, e ancora altro. Insomma che vi devo dire? 10,000 days Tool: laureato al 110 con lode. Grazie mille, ragazzi. 
P.S. Perchè devo stare male di schiena e non riuscire ad andarli a vedere in concerto?? Ci andrei anche da sola, tanto qualche amico a Milano lo troverei sicuramente. Che sfiga.  Alla fine ce l'ho fatta a recensirlo. Pareva impossibile...

2 maggio 2006


Alla fine riesco a farvi l'articolo che volevo scrivere stamattina. Sto incubando una recensione e ancora non è detto che riesca a partorirla. E' uscito il nuovo disco del terzo mio gruppo preferito (i primi due sono Genesis e Dead can Dance) e  ancora sono nella fase di ascolto e assimilazione. Inoltre volevo farvi vedere il mio altare durante i festeggiamenti di Beltane ma il caso vuole che il mio pc e la macchina fotografica non si parlino. Ancora non ho capito cosa c'è che non va, se le pile scariche oppure il cavetto schifido. Nell'attesa vi regalo un piccolo capolavoro di Alex Grey. Non è un caso che ve lo faccio vedere è sempre collegato al gruppo di cui accennavo sopra. E per chi non sapesse chi fosse questo artista la vostra padrona di casa ha cercato per voi la sua biografia nel sito ufficiale http://www.alexgrey.com/ (traduzione di Davide Castellini): Alex Grey è nato a Columbus, Ohio, USA, il 20 novembre 1953 , il figlio di mezzo di una rispettabile coppia di mezza età. Suo padre, un grafico, ha sempre incoraggiato le capacità artistiche del figlio. Il giovane Alex raccoglieva insetti e animali morti nel suo quartiere in periferia, e li seppelliva nel giardino di casa. I temi della morte e della trascendenza si intrecciano in tutti i suoi lavori, dai primissimi disegni fino alle ultime performance, quadri e sculture. Ha frequentato il Columbus College of Art and Design per due anni (1971-73), per poi mollare tutto e dipingere manifesti in Ohio per un anno (73-74). Grey ha in seguito frequentato la Boston Museum School per un anno, per studiare con l’artista concettuale Jay Jaroslav. Alla Boston Museum School ha incontrato sua moglie, l’artista Allyson Rymland Grey. In questo periodo ha avuto una serie di esperienze mistiche provocate in vari modi, che hanno trasformato il suo esistenzialismo agnostico in un trascendentalismo radicale. Grey e la moglie “viaggiavano” insieme dopo aver assunto LSD. Successivamente Alex ha trascorso cinque anni alla Harvard Medical School lavorando al Dipartimento di Anatomia, studiando il corpo umano e preparando cadaveri per la dissezione. Ha lavorato anche al Dipartimento di Medicina Mentale/Corporale con i dottori Herbert Benson e Joan Borysenko, conducendo esperimenti scientifici per indagare sulle tenui energie guaritrici. L’esperienza anatomica di Alex l’ha aiutato nel dipingere i Sacri Specchi (trattati più avanti) e nel disegnare illustrazioni mediche. Quando i dottori videro i suoi Sacri Specchi gli chiesero di lavorare come disegnatore. Grey è stato istruttore di Anatomia Artistica e Scultura Figurativa per dieci anni presso l’Università di New York, e ora tiene corsi di Arte Visionaria con Allyson all’Open Center a New York, al Naropa Institute di Boulder, Colorado, al California Institute of Integral Studies e all’Omega Institute di Rhinebeck, New York. Nel 1972 Grey intraprese una serie di attività artistiche assimilabili ad un rito di passaggio, in quanto presentavano gli stadi progressivi di una mente in evoluzione. Le circa cinquanta performance rituali compiute negli ultimi trent’anni mostrano l’evoluzione di un’identità da un iniziale condizione egocentrica ad uno stato sempre più socio-centrico e teo-centrico. La performance più recente è stata WorldSpirit, uno spoken word con la collaborazione musicale di Kenji Williamsm, uscito in DVD nel 2004. La serie speciale di 21 quadri di grandi dimensioni, i Sacri Specchi, accompagna lo spettatore in un viaggio verso la sua natura divina, esaminando in dettaglio il corpo, la mente e lo spirito. I Sacri Specchi presentano la fisica e l’anatomia minuta di un individuo in un contesto di evoluzione cosmica, biologica e tecnologica. Cominciata nel 1979, la serie richiese dieci anni per essere portata a compimento. Fu durante quel periodo che Grey sviluppò le sue rappresentazioni del corpo umano simili a fotografie a raggi x rappresentanti i multipli strati della realtà, che rivelano l’intreccio di forze anatomiche e spirituali. Dopo aver dipinto i Sacri Specchi, Alex ha applicato la sua prospettiva multidimensionale ad esperienze umane archetipiche quali la preghiera, la meditazione, il baciarsi, l’accoppiamento, il concepimento, la nascita, la crescita e la morte. I recenti lavori di Grey hanno esplorato la coscienza dalla prospettiva di “esseri universali” i cui corpi sono reticoli di fuoco, occhi e infinite spirali galattiche. Noti guaritori come Olga Worral e Rosalyn Bruyere hanno espresso il loro apprezzamento per sua la riuscita rappresentazione della visione di un sensitivo nei suoi dipinti raffiguranti corpi traslucidi splendenti.  I suoi lavori sono stati esposti nelle gallerie di tutto il mondo, quali Feature Inc., Tibet House, Stux Gallery, P.S. 1, The Outsider Art Fair e il New Museum a New York, il Grand Palais a Parigi, e la Biennale di San Paolo in Brasile. Alex ha tenuto conferenze in tutto il mondo (Tokyo, Amsterdam, Basilea, Barcellona e Manaus). La comunità psichedelica internazionale considera Grey un importante oratore ed ambasciatore del mondo visionario. Una grande installazione di Alex e sua moglie Allyson, “Heart Net”, è stata esposta all’American Visionary Art Museum di Baltimora nel 1998-99. Una retrospettiva dei lavori di Alex è stata ospitata dal Museum of Contemporary Art di San Diego nel 1999.