19 aprile 2008

Lead a normal life


Ci sono dei momenti in cui sento il bisogno di tornare alle mie origini. E la mia origine, musicalmente parlando, è proprio Peter Gabriel. Mi sono sentita in dovere di cambiare la firma che avevo su forumfree e ho scelto un estratto da "I don't remember". Ovvio che poi mi venisse voglia di risentire questo disco. La mia non vuole essere una recensione ma solo delle impressioni buttate a caso. La prima volta che ho sentito questo disco è stato tanto tempo fa, ai miei inizi come fan in una radio mangianastri, quella che mi ha condotto per molto tempo nelle scorribande musicali. Ormai quella radio non esiste più. Attacco a sentire e a momenti mi viene una sincope per lo spavento. Successivamente ho scoperto che il suono di Intruder non esisteva. E' un'invenzione accreditata  Collins/Gabriel ed è un suono che sarà fondamentale per l'intera decade degli ottanta. Intruder è, come dice la stessa parola, l'intruso. Di tutti i tipi: il ladro, lo stupratore, l'assassino. Questo è un album che incute disagio e spavento nel suo ascoltatore. E' il disco che esprime tutta l'alienazione dell'uomo. L'anno scorso ho pure avuto la fortuna di sentirlo dal vivo e ho potuto verificare personalmente quello che Tommaso Ridolfi, grandissimo fan italiano, asseriva: ossia che ti incute una strisciante paura. E' vero. Dannatamente vero. C'è stato un periodo in cui giocavo con la musica. Mandavo i 45 giri a 33 e viceversa. Mi piaceva esplorare il risultato e i tipi di suoni che venivano prodotti. Potrete capire che l'inizio di No self control basato su due riff portanti di chitarra registrati su due canali separati abbia costituito la gioia della me di allora. Il testo è la narrazione di un uomo che fondamentalmente non riesce a fermarsi, non riesce a rilassarsi. E le tenta tutte persino digitando a caso i numeri sulla tastiera del telefono. Però non ha controllo su se stesso. Ah si mi ero dimenticata di dirvelo: il batterista di questo disco è Phil Collins e diamine se si sente! Start fa da introduzione a I don't remember. Tutto quello che potevo dire su questa canzone ve l'ho detta quando in un mio post, Non ricordo, vi ho mostrato il video, la frase che ho citato nella mia firma è: "Strange is your language and I have no decorder. Why don't you make your intensions clear?" E vale per tutti. Perchè gli equivoci sono dietro la porta, la gente preferisce celarsi dietro una facciata di falso perbenismo quando invece sarebbe meglio svelare subito le intenzioni. Il brano successivo è ispirato dal libro "Diario di un assassino" di Arthur Bremer. Si tratta del diario dell'attentatore alla vita del governatore Wallace nel 1972.  Nella canzone Gabriel accetta di esprimere la tesi che l'evento è stato compiuto perchè Bremer era in cerca di attenzioni. Attenzioni che gli erano state negate sin da piccolo dai propri genitori. Verso la fine della canzone ci sono dei passi toccanti descritti con la tipica levità gabrieliana: la quiete nella casa, un bimbo nascosto dietro la porta, la pistola giocattolo sul pavimento, la supplica ai genitori di tornare indietro fino al "I need some attention" che ogni volta mi blocca e mi spiazza. Si prosegue e arriviamo a una delle canzoni che ritengo importanti dal punto di vista semantico per capire quest'artista: And throught the wire. C'è un perenne gioco di parole: "the wire" è la rete di collegamento, la rete spinata che tiene lontani. "I talk in pictures not in words". Parlo per immagini e non per parole. Ecco qui tutta la poetica gabrieliana spiegata in queste semplici parole. Ha ispirato anche me. Quando ancora scrivevo poesie parlavo per immagini e non per parole. E uno, due, un due tre. Inizia Giochi senza frontiere vecchio programma trasmesso su Rai due in cui diverse nazioni si fronteggiavano in gare al limite dell'assurdo. Per traslato è un'invettiva sull'assurdità della guerra. I nomi cantati nel testo non sono casuali e ci sono molti riferimenti alla crudeltà dell'uomo in battaglia con immagini vivide che vi risparmio. Not one of us si può applicare ad ognuno di noi. E' riferito a tutte quelle persone che per essere sicuri devono appartenere ad un gruppo. E guardano dall'alto in basso gli estranei, i non appartenenti al gruppo. Ho la presunzione di ritenere che se Gabriel canta di questo è perchè, come me, si è sempre sentito un eterno estraneo, un outsider, uno che non appartiene a nessun gruppo in particolare. Ma in realtà non credo che ne avrò mai la certezza. Lead a normal life è costruita musicalmente con la struttura dell'haiku. L'haiku è un componimento giapponese con una metrica ben precisa. Il testo brevissimo che fa menzione a persone rinchiuse in un casa di igiene mentale che possono mangiare solo con i cucchiai, è letteralmente sommerso dalla musica. E' uno dei miei brani preferiti di questo disco. E non vi nascondo che è anche la suoneria del mio telefonino. Quando si dice essere fan inside . E si arriva alla fine del disco con Biko. Un giovane Gabriel sente la notizia alla radio dell'assassinio di Stephen Biko, attivista africano, da parte del governo. Si sente in dovere di comporre questo brano dalla struttura musicale semplicissima ma di sicuro impatto emotivo che costituirà anche la colonna portante dei concerti, la chiusura ideale. Una frase davvero significativa: "And  the eyes of the world are watching now". Gli occhi del mondo stanno guardando ora. Dal vivo aggiunge: And now it's up to you. Un'esortazione a fare la propria parte, a testimoniare, a non girare lo sguardo e far finta di nulla. Io con questo disco ci sono cresciuta, l'ho ascoltato un sacco di volte, lo so a memoria. E quando posso condividerlo con chi ancora deve scoprirlo mi si illuminano gli occhi e lo invidio. Lo invidio perchè vorrei essere come lui, con tutta questa meraviglia ancora da viversi pienamente.

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