27 novembre 2008

Receive and trasmit...



Ci sono voci che sono fissate dentro voi. Le risentite e pensate: "casa". Sapete bene qual'è la voce che per me più di tutte mi fa pensare a questa parola. Lo seguo da più di vent'anni e ogni volta è come se fosse la prima. Il disco che vedere in copertina si chiama Up ed è prodotto da Gabriel stesso e da Tchad Blake mago della registrazione del suono binaurale. Si capisce già da subito che questo disco è una creatura strana, viva. E' un disco che riflette sull'uomo, un concept sulla vita e sulla morte sia in prima persona, sia in terza person. Capirete successivamente cosa intendo dire. Abbiate pazienza perchè sarà un post lungo ma è proprio impossibile dire meno su questo disco.
Darkness si apre con un suono lieve ed subito dopo esplode. E' una canzone sulla paura. Sulle paure che ci impediscono di vivere, le paure che ci accompagnano tutti i giorni sin da quando aprimo gli occhi fino al sonno.  Siamo spaventati da quello che conosciamo ma alla fine, se le affrontiamo., se le guardiamo in faccia..."and the monster I was so afraid of/ lies curled up on the floor just like a baby boy".  Questa canzone mostra i due lati di Peter Gabriel: quello luciferino, quello più oscuro e cattivo e quello più dolce, suadente. Un saliscendi musicale. Occhio che il mostro è dietro l'angolo e ride... Nell'apertura di Growing up c'è una descrizione molto vivida della nascita. Siamo al mondo. Crescere e cercare un posto dove vivere nel mondo. Il pezzo è entusiasmante e energico, fa ballare persino i più piantati, e sembra quasi seguire il ritmo del cuore, un ritmo vitale per ognuno di noi. L'altra caratteristica di questo disco è la stratificazione dei suoni, una stratificazione finalmente al servizio dei vari brani. Non bastano due orecchie per sentirlo e ogni volta, ad ogni ascolto esce fuori qualcosa, qualcosa di diverso. Sky Blue è una delle tre perle di quest'opera. Questo pezzo è la viva dimostrazione del genio e della creatività di Peter Gabriel. E' costruito come se fosse un blues dal sapore antico impreziosito dai cori dei Blind Boys of Alabama. E' un moto del cuore, è anima. E' la passione fatta musica. La seconda perla è No way out. Chi saprebbe fondere così felicemente ritmica dall'incedere jazz, pur non perdendo di vista la tradizionale forma canzone, con alcuni tratti tipici del pop e con una tematica così forte e potente come quella della  morte senza risultare stucchevoli o eccessivamente retorici? Succede qualcosa, un incidente e il primo pensiero "Oh God let it not be you" Dio fa che non sia tu. Le immagini qui usate sono composte e delicate "The colour in your shirt is darkening, Against the paleness of your skin. I remember how you held the goldfish, Swimming around in a plastic bag" C'è l'evento reale e il ricordo familiare... Improvvisamente si apre, esplode letteralmente in un grido. Il finale lascia all'immaginazione dell'ascoltatore cos'è accaduto.  La musica si ferma e si riprende, li tempo e si riprende... è stato solo un'ora fa. Era tutto così diverso.  E sembra che nulla sia cambiato, che tutto sia rimasto come prima. Ora non c'è più nessuno a casa. Ho trovato pochi artisti capaci di ritrarre il tema del lutto in maniera così delicata. I grieve. Sono in lutto. Il pezzo si apre con un incedere lento, mesto, in punta di piedi, per poi trovare la strada verso un ritmo più forte, più veloce. La vita scorre ma è detto con astio, con odio. Io sono in lutto e il resto continua come se niente fosse. The Barry William Show ha avuto il potere di dividere i fan. C'è chi la ama e chi invece non la apprezza molto. Personalmente vedo in questa canzone un trait d'union con i villain di cui ha cantato sia con i Genesis che nella carriera da solista. Barry William nella fantasia di Peter Gabriel è il conduttore di uno di quei programmi in cui la gente espone al pubblico ludibrio la propria grettezza e squallore. Più efferati sono i racconti e più si fa audience. Devo constatare che è rimasta ancora oggi di devastante attualità. L'incedere del pezzo è costruito come una sorta di marcetta tipica dei circhi. Forse non è casuale, visto che in un certo senso è di questo che si parla. Però qui le peggiori bestie sono gli esseri umani. Alla fine però l'uomo non è un isola e Barry William verrà sommerso dalla grettezza umana, annegherà  e non ce la farà più ad andare avanti...
Un ticchettio di orologio in sottofondo che annuncia l'attacco di My head sounds like that. E' un pezzo dall'andamento ondivago e sbilenco. Sembra richiamare alla mente certe sonorità tipiche beatlesiane.  Il metallo della chiave che apre la porta si fa sentire e il suono dei piedi che raschiano sul tappeto. L'olio nell'insalatiera, il gatto che esce... tutti questi rumori vengono amplificati a dismisura quando si è preda di un violentissimo attacco di mal di testa. Nella mia testa questi suoni rimbombano.  In questi momenti persino i pensieri diventano dolorosi. C'è una frase nella canzone che mi fa leggere in un altra chiave il quartetto No way/Grieve/Barry William/My head: i momenti vanno e vengono come l'acqua. Provo ad afferrarli ma mi sgusciano via. La mia teoria: Gabriel sta riflettendo sulla vita e sulla morte e questi pezzi non sono che delle chiavi di rielaborazione. C'è il fatto "No way out", il lutto. Barry e My head non sono altro che il dopo. Subito dopo la morte di una persona cara c'è come una specie di circo in cui rivedi gente, di cui normalmente non ti importerebbe molto, venire da te e farti le condoglianze. My head invece è il fatto privato. Finito il circo, lasciato finalmente solo a te stesso e al tuo dolore, c'è la totale confusione dentro. E ti rendi conto che è tutto effimero, che tutto può svanire da un momento all'altro. More than this è un pezzo dall'incedere pesante, dalla ritmica in progressione. Dal vivo ha procurato non pochi problemi all'autore. Ancora si riflette sulla vita e sulla morte e si pensa: "ci deve essere qualcosa di più di questo." Qui viene preannunciata la preoccupazione dell'autore di lasciare un segno duraturo nella vita delle persone. Viene pian piano introdotto il tema portante di Signal to noise. E' il personale tributo che Peter Gabriel offre alla memoria di Nusrat Fateh Ali Khan, cantore qwali scomparso ahinoi nel 1997. Ma anche il proprio testamento artistico. Il compito di ognuno di noi è di riuscire a pulire il suono della nostra vita tanto da rompere il rumore derivato dalla morte. You know that's it. Receive and trasmit. Non bisogna essere artisti per questo. Dobbiamo solo essere aperti. Lasceremo inevitabilmente il nostro segno. E' quello il nostro scopo. Musicalmente è immensa. Non la posso descrivere. Bisogna solo ascoltarla. Ve la regalo con questo post. E si arriva a The drop. Brano costruito solo da voce e piano. La voce di Gabriel qui è a tratti triste, a tratti mesmerica, a tratti dolcissima. Ci saluta e prosegue per il suo viaggio. Sono passati la bellezza di sei anni da quando questo disco è stato concepito e messo in vendita ma non ha assolutamente risentito del passare del tempo.
Peter, quando vuoi, noi siamo qui. Pronti a ricevere e trasmettere...

26 novembre 2008

Krishel calling


Possibile che ogni volta che sto male psicologicamente deve farne le spese il mio intestino? Sto male, fisicamente. Se c'è qualcuno che sa come disinnescare il collegamento si faccia sentire perchè qui c'è grosso bisogno di aiuto. E non vedo l'ora di tornare a casa per fare una bella tisana calda. Pensiamo a cose belle: il mio bimbo si è accorto della copertina di pile che ho messo apposta per lui nel puff in camera mia. Stamattina prima di uscire per il lavoro l'ho visto addormentato li. Bella creatura dolce e infreddolita. Tanto che si abbraccia il calorifero. Chiamatelo scemo. Sto mettendo più tempo del previsto a finire il libro di Gaarder. Sono già oltre la scadenza della biblioteca e dovrei consegnare. Va bene che è quella di quartiere e mi conoscono da una vita però comunque non mi sembra giusto. E per il resto non c'è niente da aggiungere.
Penso che oggi mi metterò a stirare. E' un modo come un'altro per riscaldarsi no?

10 novembre 2008

He's lost control

Control manifesto
Alla fine la vostra padrona di casa è riuscita a vedere questo film. Ricordiamo brevemente la trama: si tratta della vita di Ian Curtis, voce e frontman dei Joy Division morto suicida nel 1980 a soli 23 anni. La versione che ho avuto modo di vedere è stata in inglese con i sottotitoli in italiano. Ho potuto quindi sentire tutte le voci originali. La storia è basata parte sulla biografia scritta dalla moglie di Curtis e in parte sulle interviste fatte agli altri membri dei Joy Division e a tutti quelli che sono stati vicini a Curtis nella vita. Però, però...

La sensazione che ho avuto addosso per buona parte del film è che si trattasse di un'occasione sprecata. Corbijn fallisce nel farsi narratore di una scena musicalmente viva e pulsante quale era quella in cui i Joy Division si trovava. Ian Curtis va a vedere un concerto di David Bowie e dove sono le emozioni che lui prova quando lo va a vedere? Missing. Personalmente ho trovato l'idea di far interpretare i brani dei Joy Division agli attori un'idea buona solo sulla carta. Perchè poi nella realizzazione finale non funziona. L'attore che impersona Ian Curtis gli assomiglia in maniera impressionante nel fisico ma non nella voce. E' l'unico che non riesce totalmente a entrare nella parte. Tanto per dirvi: ho stentato a riconoscere Isolation che non è quello che si dice un loro brano sconosciuto, anzi. Due o tre i punti davvero degni di nota: quando nel film si sente Love will tear us apart (felice scelta del momento), la seduta di ipnosi in cui c'è una sorta di presagio su quello che avverrà dopo, e Atmosphere. Il resto? Un'occasione sprecata di raccontare una  persona che ha cambiato un certo mondo musicale, inconsapevolmente forse. Se è una buona prova dal punto di vista della macchina da presa, Corbijn fallisce proprio nel punto centrale: descrivere una persona nella sua totalità, con i suoi dubbi, le sue insicurezze, il malcontento, l'amore, il disagio, fino all'ultimo passo. Mi è sembrato quasi come se si dovesse per forza cercare una giustificazione per qualcosa che alla fine non la avrà mai. Fallisce nel raccontare cosa davvero ha portato Ian Curtis al suicidio. Forse è un compito davvero impossibile per chiunque, non solo per Corbijn...

E si vola




Fordlândia è il nome con cui fu battezzata una grande proprietà terriera del Brasile settentrionale, spersa in piena foresta amazzonica lungo il corso del Rio Tapajós, uno dei tantissimi affluenti del Rio delle Amazzoni, quando questa venne comprata dall'imprenditore americano Henry Ford nel 1929 per farne una piantagione di gomma da utilizzare per gli pneumatici delle sue automobili. E come tutti i sogni si scontra con una dura realtà di scelte infelici, di realizzazione ancora più infelice che condurrà Fordlandia a essere via via abbandonata. Questo però ha poco a che fare con il disco di Johan Johannsson, un'opera di infinita bellezza. Come ho già avuto modo di dire ci sono opere in musica, ma non solo in musica, che ci ricordano che l'essere umano non è solo capace di immense atrocità ma anche di opere dall'infinito splendore. E' il caso di questo disco. 67 minuti in blico tra ambient, musica classica e voci che portano alla luce la parte più antica dell'essere umano. Ci sono dei momenti in cui è difficile spiegare cosa ci troviamo di fronte, l'unica soluzione è rimanere in silenzio ad ascoltare.
Ascoltare la voce di Dea Bellezza venuta a parlarci.
Ed è così bello spiccare il volo...

Qui qualcuno più capace di me di dirvi di cosa si tratta..

8 novembre 2008

Thank you my dear...

E'  un po' di tempo che dico che ho voglia di una torta cioccolatosa e un golossissimo gatto, appassionato di cioccolato quanto me, mi ha indicato una ricetta. La trovate in questo simpatico blog: La pentola che bolle. A leggere la ricetta temevo subito che non mi sarebbe riuscita, che fosse più complicato del previsto e invece è stato tutto più semplice di quanto pensassi. La prima soddisfazione è vedere montare gli albumi a neve subito alla prima, considerato il fatto che era la terza volta che lo facevo (mi avevano anche indicato un piccolissimo trucchetto per farlo). La seconda soddisfazione è sentire il profumo del cioccolato fondente fuso girato come? Con una bacchetta. Si avete letto bene: una bacchetta di quelle che vi danno al ristorante cinese. E' pratica e non rischiate che si attacchi il cioccolato. Terza soddisfazione mia personale è una volta infornata e cotta annusarsi le mani e pensare: ho lo stesso odore che aveva mia madre quando faceva i dolci. Quarta e non meno importante soddisfazione sentirsi dire da tua sorella, più brava di te in cucina: "l'allievo supera il maestro".  Grazie. Soprattutto grazie a me che ho voluto tentare e sto riuscendo...

5 novembre 2008

Ascoltaci



Si ringrazia Andrew Hefter per la splendida immagine







Avete visto dal blog che mi sono lanciata in materia di dolci. La prima cosa che ho pensato è che sarebbe carino avere di quelle particolari teglie che hanno il gancio apribile. Perchè un'altro dei miei problemi è come riversare il dolce sul piatto senza rovinare troppo il risultato, una volta che l'ho cotto. Con la teglia a forma di ciambella mi è difficile lo devo sempre tagliare. Fatto sta che non appena ho espresso il desiderio, il supermercato vicino a me si è messo a vendere una serie di formine per dolci con anche esattamente il tipo di teglia che vorrei. Sembra che qualcuno lassù mi abbia ascoltato. Infatti oggi penso che lo comprerò. Vorrei fare qualcosa di diverso dalla solita ricetta che ho visto venirmi bene. Ho capito che la teglia è un requisito fondamentale nella preparazione. L'ho visto con i miei occhi. Capita di tanto in tanto che la realtà del mondo mi sorprende. Di solito non parlo di politica perchè non mi piace. Sono andata a dormire convintissima che alle elezioni americane vincesse McCain. C'erano diversi segnali che me lo facevano pensare: la miriadi di caricature di Sarah Palin, certe immagini che avevo visto su internet. Sono andata a dormire e al risveglio ho scoperto che per la prima volta gli Stati Uniti avranno un presidente nero: Obama appunto. Personalmente l'evento non mi cambierà più di tanto però mi ha sorpreso. Ho messo le mani sul libro Non è un paese per vecchi, si quello da cui hanno tratto l'omonimo film i Cohen. Inizia molto bene, il ritmo è sostenuto e l'autore sa catturare l'attenzione. Vediamo come prosegue.

4 novembre 2008

Cacciatrice d'immagini



Si ringrazia IDt8r per la splendida immagine.

Ormai vi sarete accorti che io amo le immagini. Le cerco. Ci sono in giro per internet dei veri artisti telematici. Quando faccio nuove scoperte mi sento come una bimba in un negozio di giocattoli. Pensavo di averle viste tutte e invece ieri cercando ho scoperto un sito dove vengono riunite tutte le creazioni fatte in photoshop. L'immagine di ieri e di oggi sono un assaggio. Il sito? Photoshoptalent.com. Andate e cercate. Immagino che qualcuno potrebbe pensare che sarebbe meglio che mi tenessi per me i siti dove trovo le immagini. E qui ora faccio un discorso che dovevo fare già da molto tempo. Spendo delle ore per trovare le immagini giuste per quello che devo scrivere. A volte. Ma non è detto. Solitamente sono dell'idea che siano le immagini a scegliere me e lo scritto. Molto spesso ho pronto quello che voglio dire e poi trovo qualcosa che mi porta da tutt'altra parte. E lo trovo altrettanto importante. Quello che vi voglio dire è che se anche do i mezzi agli altri per trovare le immagini, non vuol dire che glialtri abbiano lo stesso mio gusto estetico, la mia stessa sensibilità, il mio colpo d'occhio... in parole povere non tutti hanno quella che io chiamo la mia stessa vibrazione. Sto leggendo un libro molto interessante di Jung che però riconsegnerò anche se non è finito. Si chiama L'uomo e i suoi simboli. Parla del simbolismo celato dietro i sogni. Un'argomento che mi ha sempre interessato. La mia mente è molto, troppo distratta in questo periodo e non riesce a essere concentrata su qualcosa che sarebbe pure interessante per me. Godetevi il brano che vi ho messo in sottofondo per questo post. Con la mia mente sto ballando un ideale valtzer al ritmo di questa musica. Il partner? Ancora non lo conosco...

1 novembre 2008

Hungry like a wolf

Scusate se vi faccio di nuovo venire fame ma questa è la mia creazione di oggi. Ho aggiunto all'impasto un po' di cacao. Buona, buonissima. Se non altro si sente il lieve sapore delle scorze di limone che ho messo nell'impasto. Stavolta il limone era di quelli buoni. Ma ieri per la seconda volta ho fatto il ragù ed è venuto pure buono. Insomma comincio a pigliarci un po' gusto. Ora però mi mancano all'appello: crostata, torta di zucca. Mi suggerite una ricetta? Facile facile mi raccomando che sono comunque una dilettante in cucina. Grazie.